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Anna Maria Franzoni durante il processo di appello «Cogne è diventato un format replicabile su altre chiazze di sangue, a Erba, Garlasco, Perugia, Avetrana, che hanno finito per assorbire tutta la luce delle telecamere, proprio mentre il Paese andava in malora e per gli altri processi (di corruzione politica, ad esempio) non c'era mai il tempo di parlarne, ma guarda che peccato». Con queste parole, lo scrittore e giornalista Pino Corrias, conclude, su "Vanity Fair" il suo ricordo del "caso Cogne", l'omicidio di Samuele Lorenzi, ucciso nella sua casa in località Montroz, ai piedi del Gran Paradiso, il 30 gennaio del 2002, dieci anni fa.

L'aula del Tribunale di Torino dove si è tenuto il processo di Appello La verità giudiziaria ha trovato nella madre del piccolo, Anna Maria Franzoni, la colpevole, che, dopo tre gradi di giudizio sta scontando una pena di sedici anni, ridotta con l'indulto a tredici (in primo grado era stata condannata a trent'anni), alla "Dozza" a Bologna, dove divide la cella con un'extracomunitaria, e che nel 2014, dopo otto anni di carcere, potrà sfruttare la "semilibertà" e quindi uscire di prigione: «il delitto di Cogne, apoteosi del voyeurismo - continua Corrias - è stato la prima saga televisiva scritta con il sangue di un bambino e insieme con le lacrime della madre che lo uccise. Accadde all'alba del 30 gennaio di dieci anni fa in una villetta affaciata sulle pendici del Gran Paradiso, ma immediatamente ricollocata dalle cronaca ai bordi di uno spavento collettivo. Solitudine, pazzia, violenza: Samuele aveva tre anni. Morì con il cranio sfondato dalle percosse. Anna Maria Franzoni resistette ai primi interrogatori, catturò l'orda delle telecamere con i suoi occhi stupefatti di madre addolorata. Disse che era stato l'uomo nero a portarle via il suo bambino, forse una vendetta, di sicuro il male del mondo. Non bastando l'evidenza a risolvere il giallo, cominciarono le congetture a tenerlo a galla nella speciale acqua della prima serata tv. Dove ogni piccolo crimine mediatico è stato compiuto, i singhiozzi dell'imputata, le litigate tra innocentisti e colpevolisti, l'oscenità del plastico della villetta, le smagiassate dell'avvocato Taormina, le dichiarazioni d'amore del marito, perfino l'annuncio di una nuova maternità a perfezionale la favola della buona mamma che non toglie la vita, ma la dona».
La villetta dei Lorenzi a Montroz di CogneLa vicenda ha pesantemente condizionato la popolazione di Cogne, da dove Stefano Lorenzi, marito della donna, che l'ha sempre difesa ad oltranza, ha portato via la famiglia, stabilendosi a Ripoli Santa Cristina sugli appennini della provincia bolognese, pur mantenendo la proprietà della villetta di Montoz, ancora con le finestre sigillate e controllata da un impianto di videosorveglianza: «resterà per noi una ferita incancellabile - ha commentato Osvaldo Ruffier, sindaco di Cogne nel 2002 e memoria storica del paese - dopo dieci anni ci sono ancora persone che arrivano a Cogne e chiedono indicazioni per andare a vedere di persona la casa dove è stato ucciso il piccolo Samuele. Una pratica che non si interromperà mai. Chi ha vissuto questa vicenda non potrà mai archiviare le infamanti accuse che ci si è sentiti rivolgere. Ad un certo punto è stata messa sotto accusa mezza Cogne, ma la giustizia ha messo da tempo la parola fine alla vicenda. A noi resta la macchia. Se dovessi incontrare Anna Maria Franzoni la continuerei a guardare con gli stessi occhi: è lei la colpevole, è l'opinione della comunità tutta. La giustizia ha chiuso ogni battaglia tra innocentisti e colpevolisti».
Il "voyeurismo" mediatico del caso, oltre che nelle trasmissioni televisive che hanno visto la partecipazione della Franzoni, si è evidenziato durante le ventidue udienze del processo d'appello, nel Palazzo di Giustizia di Torino, dove ogni mattina la folla di curiosi si radunava e si autogestiva con tanto di distribuzione dei numeri per gestire la fila all'ingresso, a fianco dei giornalisti, che potevano entrare in aula ma non scattare fotografie.
L'avvocato Paola Savio con i giornalisti durante il processo di appelloAlla Franzoni la perizia psichiatrica, effettuata indirettamente, utilizzando le carte del processo di primo grado e le registrazioni delle trasmissioni televisive, dato che la donna si era rifiutata di sottoporsi ad un nuovo esame, le aveva riscontrato un "vizio parziale di mente" con uno "stato crepuscolare orientato": insomma, nonostante Anna Maria Franzoni continuasse a ribadire la sua innocenza, secondo i periti era stata lei ad uccidere il piccolo Samuele, rimuovendone poi il ricordo. Il «ragionevole dubbio» è stata la strategia difensiva di Paola Savio, difensore d'ufficio della donna, diventato poi legale di fiducia dopo l'abbandono di Carlo Taormina che, a sua volta era subentrato a Carlo Federico Torre. La Savio, nonostante l'impegno non è riuscita a far evitare la condanna a sedici anni ed ora chiede il "diritto all'oblio" per la sua assistita e la sua famiglia: «non verrà mai un giorno in cui Anna Maria Franzoni smetterà di professare la sua innocenza - ribadisce il legale torinese - ma ora c'è una famiglia che vorrebbe essere dimenticata dopo l'attenzione mediatica spropositata».
A dieci anni della morte di Samuele Lorenzi neanche il papà Stefano è potuto andare al cimitero di Montecuto Vallese, dove è stata trasferita la salma, dopo i funerali a Cogne, per una preghiera: è ricoverato in ospedale, bloccato a letto, dopo una caduta sulle piste da sci.

 


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