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Anouk Baars porta in Sud Africa la prima edizione del "Tor des Glaciers"

comunicato stampa
Anouk Baars (foto Simone Fortuna)

Con gli occhi un po' stanchi ma con il sorriso smagliante di sempre. Cosi Anouk Baars, nella mattinata di sabato 14 settembre, ha tagliato il traguardo del "Tor des Glaciers", conquistando il titolo di prima donna della più impegnativa corsa di endurance trail del mondo (450 km di lunghezza e 34 mila metri di dislivello) con il tempo di 183 ore.

Anouk, che si autodefinisce un po' olandese, un po' venezuelana e un po' sudafricana (vive a Johannesburg, città di quattro milioni e mezzo di abitanti), ha un trascorso professionale di fashion designer, ma da qualche anno è mamma a tempo pieno e corre in continuazione. «Nel tempo – dice - mi sono allenata prima inseguendo i miei scatenati bambini e poi correndo con loro, quasi come fossero compagni di squadra. I mei figli, che hanno sette e nove anni amano molto fare lunghe escursioni in montagna e a volte riescono a correre anche per quindici venti chilometri di seguito. Abbiamo fatto di recente una vacanza in Valle d'Aosta e qui hanno dato il meglio!». Trasmissioni del Dna.

«Come ho trovato il "Tor des Glaciers"? Una gara magnifica per i paesaggi e la gente ma durissima per l'aspetto tecnico. E' stato come fare una seria infinita e continua di skyrace, senza soste. Discese ripide e salite impegnative ogni giorno, più volte al giorno. Di solito queste gare sono belle e dure. Il "Tor de Glaciers" è stata bello e durissimo».
Anouk è uscita da "Parco Bollino" di Courmayeur con una buona andatura da corsa sciolta, come se fosse stata di ritorno da un allenamento mattutino di routine, e gli ultimi 500 metri sono stati tutto un susseguirsi di saluti e abbracci ad amici ma anche a gente sconosciuta assiepata ai bordi della strada che attraversa la cittadina.

Al secondo posto, ancora attesa al traguardo, con un distacco di circa tre ore dalla vincitrice, Marina Plavan, che a lungo e con ampio vantaggio sulle inseguitrici aveva condotto la competizione, alimentando il tifo locale (Marina, pinerolese, è comunque una habitué delle montagne valdostane) e la speranza di una vittoria italiana. Ma nelle corse in montagna, lunghissime o corte che siano, si può essere sicuri di aver vinto solo oltre la linea del traguardo. Perché l'imprevisto e la stanchezza sono nascosti dietro ogni curva del sentiero.

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