Gentile visitatore,

se sei su 12vda è chiaro che apprezzi il nostro lavoro giornalistico, che si può leggere, ascoltare e vedere senza dover pagare nulla, nel rispetto di un'informazione libera ed indipendente.
12vda è una testata che non è supportata da lobby politiche, commerciali o sociali, e si sostiene esclusivamente con la pubblicità, che è non assolutamente invasiva, non prevede fastidiosi "pop up" o "finte notizie".

Il nostro lavoro quotidiano richiede infatti tempo e denaro ed i ricavi della pubblicità ci aiutano a tenere in piedi questa testata giornalistica.

Se leggi questo messaggio vuol dire che hai attivato un "adblocker", che blocca automaticamente e non permette di vedere la pubblicità. Nel rispetto del nostro lavoro ti chiediamo quindi di disattivarlo ed anzi, se di tuo interesse, di cliccare sui nostri banner.

In questo modo potremmo restare on line, indipendenti e liberi di raccontare la Valle d'Aosta come la vediamo noi.

Grazie.

Per il 2019 Monsignor Franco Lovignana chiede «parola e silenzio, impegno ed onestà" ai cattolici valdostani: «tornate a fare politica»

Elena Meynet
Un momento dell'omelia del Vescovo Franco Lovignana durante la messa di fine anno

Parola e silenzio, impegno ed onestà sono le raccomandazioni che Monsignor Franco Lovignana, vescovo della diocesi di Aosta, ha sottolineato nelle due celebrazioni solenni che hanno segnato il passaggio al nuovo anno, richiamando l'attenzione non solo dei cristiani ma soprattutto dei cittadini responsabili. Nella messa di ringraziamento, lunedì 31 dicembre, seguita dal canto del "Te Deum" della "Schola Cantorum" cui si sono uniti cantori di Aosta e cintura, l'omelia è partita dai canti tradizionali e dai personaggi del presepe: «ci invita a vivere il nostro essere battezzati missionari. Abbiamo incontrato nel Vangelo due modelli da seguire, i pastori e la Vergine Maria. I pastori parlano, Maria tace - ha sottolineato il vescovo - parola e silenzio sono le due facce dell'annuncio».

«Il Signore chiede di accogliere la sua presenza e di raccontarla ad altri». Ciò che si racconta ha valore concreto: «la parola, innanzitutto - ha continuato Monsignor Lovignana - non una parola qualsiasi, ma un racconto pieno di verità e di gioia riconoscente: i pastori se ne tornarono, glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto... Tutti quelli che udivano si stupirono delle cose dette loro dai pastori. I pastori tornano al loro gregge, alle occupazioni di sempre, ma con il cuore pieno di gioia e di gratitudine per l'esperienza che hanno fatto. Raccontano quanto hanno udito e visto. Dio non chiede ai pastori di abbandonare il loro lavoro per assumere un incarico nuovo; semplicemente fa fare loro esperienza della sua presenza e la gioia dell'incontro si fa diffusiva: è la loro vita di sempre, sono le loro relazioni di prima a diventare missionarie. Anche a noi il Signore si dona continuamente nella sua Parola e nell'Eucaristia; anche a noi chiede di accogliere la sua presenza e di raccontarla ad altri. Il racconto può intercettare l'attenzione di quanti vivono accanto a noi, se la nostra vita è segnata dalla semplice bellezza dell'incontro con Dio che si traduce in onestà, operosità e generosità, nella gioia di credere, di sperare nel Signore sulla terra e dopo la morte, di amare Dio e gli altri».
 



«Lavorare sulla qualità del nostro parlare». Poi il vescovo spiega in modo più chiaro il riferimento alla vita quotidiana: «la nostra vita di cittadini onesti e di cristiani gioiosi da senso alle parole dell'annuncio del Vangelo e diventa proposta sensata per altri di avvicinarsi a Gesù e alla sua Chiesa. E' di questa semplicità e di questa gioia che la nostra Città ha bisogno; le persone che ci sono affidate, i nostri concittadini, si aspettano da noi una parola sensata sulla vita a partire dalla fede che viviamo».
Discorsi trasparenti ma anche coerenti con l'azione quotidiana: «i pastori sono una realtà umana marginale e quindi sproporzionata rispetto all'annuncio che Dio affida loro. Così noi possiamo riconoscerci piccoli, pochi, poco attrezzati per annunciare e testimoniare la presenza e la salvezza di Dio. La povera realtà umana dei pastori e nostra dice che l'annuncio è innanzitutto opera di Dio alla quale noi ci facciamo trasparenza. E proprio per assicurare questa trasparenza cerchiamo di curare la coerenza della vita. Ma non basta. Dobbiamo anche lavorare sulla qualità del nostro parlare perché la nostra parola, al momento opportuno, possa dire in maniera sensata e credibile la bellezza della fede».

«Dedichiamo un po' di tempo al silenzio ed alla meditazione». Non aggressività, quindi, ma mitezza, anche nelle parole, cui risponde il silenzio della Madonna: «in un mondo come il nostro - ha rimarcato Monsignor Lovignana - così profondamente segnato dall'arroganza, dalla violenza e dalla mancanza di rispetto e di pudore, mi sembra che la parola del cristiano debba essere innanzitutto una parola riconciliata, una parola mite, una parola che non cede al compromesso con il pettegolezzo, con il giudizio malevolo sul prossimo, con la grossolanità. Ci viene in aiuto il silenzio: Maria, da parte sua, custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore. La testimonianza della fede ha bisogno di radici profonde, ha bisogno anche di tempi di decantazione delle esperienze fatte, eventualmente anche di purificazione dagli errori e dal peccato. Radici, decantazione e purificazione si coltivano nell'interiorità. Proponiamoci, in questo inizio d'anno, di dedicare un po' di tempo, anche minimo, al silenzio, alla meditazione, al lento approfondimento dei fatti e degli avvenimenti davanti a Dio e alla nostra coscienza. Questo tempo arricchirà la nostra vita e le nostre relazioni, perché ci permetterà di incontrare le persone senza fretta, di andare a fondo delle cose, di gustare le situazioni. Così darà anche profondità al racconto della fede e diventerà una testimonianza di umanità che non potrà non interpellare altri».

«Oggi c'è un vuoto enorme nel cuore delle persone». Il silenzio è qualcosa che si impara, che si insegna: «vorrei suggerire in particolare ai genitori presenti - ha proposto il Vescovo di Aosta - di regalare ai propri figli l'educazione al silenzio come luogo dell'intimità con sé stessi da alimentare e custodire con pudore e verità davanti a Dio. Iniziamo una nuovo anno con due parole d'ordine: parola e silenzio. Non siamo cristiani silenti per tiepidezza o indifferenza, ma cristiani capaci di coltivare interiorità per raccontare in maniera sensata e credibile la nostra fede ai nostri compagni di viaggio sulla terra, nella nostra città».
Il giorno dopo, nella messa del primo dell'anno, "Giornata della pace" e festa di "Maria madre di Dio", è stata sottolineata l'onestà del cittadino impegnato, di fronte alla violenza contro gli altri e contro se stesso: il richiamo di monsignor Lovignana è all'attenzione quotidiana agli altri, anche in vista di impegni politici, per non lasciarsi sopraffare dallo slogan dell'ultimo minuto: «Dio. Siamo posti di fronte a Dio. L'orizzonte dell'umanità è Dio - ha ricordato - è Lui che impedisce alla nostra vita di sprofondare nel nulla e nel non senso. C'è oggi un vuoto enorme nel cuore delle persone che provoca spesso solitudine e angoscia, un vuoto che non raramente diventa disperazione. Solo così si spiegano tanti gesti estremi di violenza contro se stessi e contro gli altri, spesso addirittura confusi con atti di altruismo. Questo vuoto è anche grido di aiuto, attesa di qualcosa o di qualcuno che possa colmarlo. Qui, noi, credenti, abbiamo una precisa responsabilità. Non possiamo girare la testa per indifferenza o per malinteso rispetto delle altrui opinioni o degli altrui stili di vita. Non possiamo tacere il nome di Dio, la sua vicinanza ad ognuno. È un debito che abbiamo verso l'umanità! Non dobbiamo aver paura di dire la verità, che Dio esiste, che l'uomo è creato da Lui e per Lui, che c'è vita al di là della morte, che la vita è dono di Dio e per questo è intangibile e va rispettata sempre, nel bambino non ancora nato, nel povero, nel vicino di casa, nel migrante, nell'anziano, nell'ammalato, nel morente».

«La passione per il bene comune sembra affievolirsi nei cittadini e governanti». «Se l'amore e la fedeltà di Dio sono incrollabili, non così si può dire di noi - ha osservato Monsignor Franco Lovignana - quanti smarrimenti, quanti tradimenti, quanti peccati! Eppure lo sguardo di Dio su di noi è sempre misericordioso: Dio ha pietà di noi sempre, ha pietà dell'umanità ferita e ribelle e vuole il suo riscatto. Ci offre sempre la possibilità di un nuovo inizio! Possiamo essere benedizione di Dio se facciamo come Dio, prendendoci cura degli altri, innanzitutto delle persone che ci sono affidate in famiglia e nella comunità, e poi prendendoci cura del bene comune. Il bene comune è rappresentato dalle condizioni materiali, morali e spirituali che permettono alle comunità, in primis alle famiglie, e ai singoli di vivere in maniera piena, libera e dignitosa la loro vita. Oggi la consapevolezza e la passione per il bene comune sembrano affievolirsi nella coscienza di cittadini e governanti, disperdendo un patrimonio di civiltà faticosamente costruito e, spesso, pagato con un alto tributo di sofferenza e di sangue. Proprio per questo motivo, come ci ricorda papa Francesco nel messaggio per la "Giornata della Pace", il bene comune è un campo importante di impegno per tutti e di testimonianza evangelica per i discepoli di Cristo».

«L'individualismo sfrenato minaccia il bene comune e la pace». «E' un impegno a trecentosessanta gradi - ha chiesto Monsignor Franco Lovignana - nasce e si esprime nella quotidianità, a partire dal rispetto per le persone e per le cose di tutti. Penso al saluto che possiamo scambiarci o meno incontrandoci per strada, alla solidarietà dei piccoli gesti di attenzione e di aiuto alle persone in difficoltà; penso alle relazioni tra vicini e tra colleghi: chi non si accorge della disgregazione e della conflittualità in atto nei nostri paesi e villaggi, negli ambienti di lavoro? Possiamo, vogliamo fare qualcosa? C'è bisogno di qualcuno che si prenda cura dei tessuti sociali sfilacciati e si impegni nell'opera di rammendo. Anche da questo rinasce la cultura del bene comune e della pace, oggi minacciata da un individualismo sfrenato. La cura del bene comune si esprime anche nell'ambito professionale e nell'impegno politico, spesso troppo segnati da arrivismo e competitività eccessiva e, qualche volta, anche dall'esercizio di un potere arbitrario e corrotto. Possono invece diventare luogo privilegiato di esercizio della carità cristiana. Un giovane cristiano si prende cura del bene comune studiando seriamente e preparandosi ai futuri impegni professionali e sociali. Un cristiano che lavora, dipendente o imprenditore che sia, vive il suo essere cristiano innanzitutto svolgendo la propria attività con correttezza, onestà e competenza, anche rischiando d'essere deriso e considerato un ingenuo».

«Dobbiamo sapere perché, chi e cosa votiamo». «E' poi urgente tornare a fare politica - ha concluso il Vescovo di Aosta - questo non vuol dire che tutti dobbiamo candidarci alle prossime elezioni, ma che tutti dobbiamo informarci per conoscere ciò che accade attorno a noi, per valutare le scelte dei governanti; tutti dobbiamo formarci per esercitare con consapevolezza la nostra responsabilità all'interno delle Istituzioni democratiche preposte al bene comune. Alcuni di noi, a prova di dedizione generosa e disinteressata e comprovata competenza, potranno anche candidarsi, ma tutti dobbiamo sapere perché andiamo a votare, chi votiamo e che cosa vogliamo dai nostri amministratori e governanti. Il nostro vivere sociale non può contentarsi di slogan e improvvisazioni. Abbiamo bisogno, a tutti i livelli, di cittadini, di amministratori e di politici onesti, competenti e preparati. Come discepoli del Principe della Pace possiamo dare il nostro contributo».