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Mimmo Avati assolto dall'accusa di "corruzione elettorale", indagato dopo le "illazioni infamanti" di un ingegnere. Procura e Gip concordano: «il fatto non sussiste»

Angelo Musumarra
Mauro Baccega e Mimmo Avati

Domenico "Mimmo" Avati, 53 anni, residente a Saint-Vincent, dipendente del "Casino de la Vallée", attuale primo escluso della lista dell'Union Valdôtaine alle elezioni regionali del 2018, con 815 preferenze, è stato assolto "perché il fatto non sussiste" nella giornata di lunedì 1° luglio, dal Giudice per l'udienza preliminare del Tribunale di Aosta, Davide Paladino dall'accusa di "corruzione elettorale continuata", reato per il quale era stato indagato dai Carabinieri di Châtillon - Saint-Vincent dopo un'intercettazione telefonica effettuata nell'ambito dell'inchiesta "Do ut des", sulla gestione degli appalti pubblici a Valtournenche, che aveva coinvolto, nel novembre scorso, quindici persone.

Oltre all'inchiesta penale anche la sospensione dal lavoro. Dopo sei mesi di indagini, Avati era stato quindi rinviato a giudizio e le sue avvocatesse, Corinne Margueret ed Alessandra Fanizzi, avevano chiesto ed ottenuto il giudizio abbreviato. Mimmo Avati, che opera come responsabile della "Gestione ingressi e introiti di gioco" della Casa da gioco valdostana, in seguito all'apertura dell'inchiesta era stato sospeso dal lavoro per oltre due mesi, subendo anche un'indagine interna.
Le accuse nei suo confronti ipotizzavano che avesse "con più azioni esecutive di un medesimo disegno criminoso, offerto o promesso utilità e in alcuni casi esercitato pressioni, nei confronti di una serie di soggetti non identificati, ma tutti dipendenti del Casinò di Saint-Vincent, al fine di ottenere il voto per lui stesso, candidato alle elezioni per il rinnovo del Consiglio regionale" oltre ad "avere prospettato conseguenze negative, in materia di assunzioni e progressioni di carriera presso il Casinò, nel caso di mancata concessione del voto a lui, Augusto Rollandin e Mauro Baccega, e inoltre per avere promesso vantaggi e favori legati a future assunzioni definitive presso la Casa da Gioco e/o a progressioni di camera in caso di espressione del voto per la tema di candidati in questione".

Inutilizzabile l'intercettazione dei Carabinieri da cui è partita l'indagine. Nell'udienza, sia il pubblico ministero, Luca Ceccanti, che le due legali, avevano chiesto l'assoluzione «perché il fatto non sussiste», concessa dal Gip Paladino, che ha sottolineato il fatto che la conversazione telefonica intercettata il 14 aprile 2018 dai Carabinieri, dalla quale era partita l'indagine, tra Erik Camos, ingegnere di Saint-Vincent, e Jean-Claude Daudry, attuale segretario del Consiglio Valle, eletto nella lista dell'Union Valdôtaine Progressiste, era stata effettuata nell'ambito dell'inchiesta "Do ut des", ed il contenuto non era utilizzabile nel procedimento contro Avati, alla luce del divieto previsto dal dispositivo dell'articolo 270 del Codice di procedura penale che specifica che "i risultati delle intercettazioni non possono essere utilizzati in procedimenti diversi da quelli nei quali sono stati disposti, salvo che risultino indispensabili per l'accertamento di delitti per i quali è obbligatorio l'arresto in flagranza".

I pettegolezzi ed i «non ricordo» del principale accusatore. La sentenza cita l'interrogatorio di Erik Camos, che il 22 novembre 2018, dopo aver dichiarato a Ceccanti di ricordare la conversazione con Daudry ed aver confermato il contenuto, aveva aggiunto: «ribadisco di aver parlato con Silvano Machet (altro dipendente del Casinò, che svolge compiti da giardiniere, n.d.r) il quale mi ha riferito che Avati lo aveva chiamato e gli aveva chiesto di votare lui. Non sono sicuro che mi abbia chiesto anche di votare Rollandin e Baccega. Può essere che anche lui mi abbia detto che Avati gli abbia detto che, chi non votava quella terna, lui l'avrebbe segnato in un elenco e poi punito ma non lo ricordo» per poi proseguire «Silvano Machet era sicuramente contrariato quando mi ha detto questa cosa. Abbiamo parlato delle elezioni e io gli ho chiesto come andava con Avati e lui mi ha detto che Avata aveva contattato anche lui. Silvano mi ha detto che Avati non sapeva che la candidata Cristina Machet (ex sindaco di Torgnon, attuale segretario comunale a Valtournenche ed a Chamois, che ha raccolto 561 preferenze alle elezioni regionali, n.d.r.) fosse sua nipote» e concludere «non escludo che Silvano Machet mi abbia detto che Avati lo aveva minacciato di indicarlo in una sorta di libro nero se non avesse votato la terna indicata. Non lo escludo ma sinceramente non riesco a ricordarlo. Ricordo con certezza che Silvano mi disse che si era preoccupato del fatto che Avati potesse controllare il voto e che per questo motivo aveva chiesto alla nipote Cristina se fosse possibile un controllo del voto. La nipote, a quello che mi disse Silvano, gli aveva risposto che con lo spoglio centralizzato non era più possibile».

Il giardinere tirato in mezzo che smentisce le accuse. Ceccanti aveva precedentemente ascoltato, il 23 aprile 2018, anche Silvano Machet, che gli aveva confermato l'incontro con Avati: «recentemente, circa una settimana, dieci giorni fa, ho incontrato Mimmo Avati fuori dal Casinò di Saint-Vincent, nel piazzale - aveva dichiarato - era mattina di un giorno lavorativo, Avati mi ha chiesto se gli davo una mano per le elezioni visto che lui è candidato, io gli ho risposto che anche mia nipote è in lista e per questo non c'era motivo per dare una mano a lui, perché allora lui poteva dare una mano a mia nipote», ed aveva precisato «Avati non mi ha fatto ricatti o pressioni. Ci ho parlato solo in quell'occasione e nego che mi abbia minacciato o che mi abbia detto che avrei avuto problemi sul lavoro se non lo avessi aiutato», aggiungendo «non sono a conoscenza se Avati abbia minacciato altre persone» e che «nell'occasione mi ha solo detto di dargli una mano ma non mi ha indicato alcun candidato» ed in particolare che «non mi ha detto di votare, oltre a lui, Rollandin e Baccega».

"Al Casinò è in corso una procedura di licenziamento collettivo". Nella sentenza viene evidenziato che "la Procura di Aosta ha sentito, poi, nel corso delle indagini numerosi dipendenti del Casinò di Saint-Vincent" e che "nessuno di questi ha affermato di aver ricevuto promesse di vantaggi dall'Avati, quali assunzioni a tempo indeterminato o progressioni in carriera o promesse di utilità di altro genere, né di essere stato vittima che gli fossero state prospettate conseguenze lavorative negative qualora non avesse votato, alla tornata elettorale per il rinnovo del Consiglio regionale della Valle d'Aosta, la terna menzionata in rubrica, Rollandin, Baccega e Avati".
"La difesa ha poi prodotto documentazione relativa alle indagini interne effettuate dall'azienda "Casino de la Vallée SpA" - evidenzia ancora il Gip Paladino - che ha sentito ben 34 dipendenti, indagini effettuate attraverso un "audit" conclusosi il 31 luglio 2018 all'esito del quale veniva evidenziato che "gli elementi ad oggi raccolti non evidenziano allo stato episodi che possano essere ricondotti al dipendente sig. Domenico Avati" per cui si concludeva "in tale contesto, si rende opportuno comunicare alla Direzione aziendale che al momento non vi sono elementi ostativi al fine della riammissione in servizio del signor Avati", cosa che avveniva in pari data. Le produzioni difensive attestano poi che, a decorrere dal 5 giugno 2017, l'imputato, che in precedenza si era occupato di risorse umane, ed in particolare di "organizzazione, formazione tecnica e programmazione risorse", aveva mansioni di responsabile della "Gestione ingressi e introiti di gioco", talché è accertato che al momento dei fatti Avati non si occupasse in nessun modo di assunzioni o avanzamenti in carriera del personale, il che lascia ragionevolmente presumere che avesse possibilità nulle, o scarse, di influire sul potere decisionale dell'azienda in proposito, circostanza che non poteva non essere a conoscenza di soggetti a vario titolo inseriti nella compagine aziendale".
"A ciò va aggiunto - ricorda il Giudice - che è dimostrato che, dalla prima metà del 2017, era in corso una procedura di licenziamento collettivo che comportava una drastica riduzione del personale, atteso il precario stato finanziario del Casinò, il che lascia intendere che fosse poco realistico che un candidato alle elezioni potesse promettere nuove assunzioni di personale, e, soprattutto, che tale promessa potesse essere ritenuta credibile eia soggetti ben a conoscenza delle reali condizioni in cui versava il Casinò".

Le "illazioni infamanti" di Camos hanno anche colpito Valerio Segor. "Circa la credibilità della versione di Camos - sottolinea ancora la sentenza - che presenta notevoli problematicità già sul piano intrinseco, avendo egli infarcito la propria deposizione di «non ricordo», e che risulta smentita sul piano estrinseco da tutte le altre emergenze di cui si è dato poc'anzi conto, emerge dalla lettura delle dichiarazioni rese dal Pubblico ministero, già in precedenza citate, come egli fosse uso effettuare, nel corso di conversazioni telefoniche, illazioni infamanti sul conto di persone terze limitandosi a riportare "voci" ma senza essere in possesso di precisi riscontri sulla fondatezza delle proprie affermazioni. Nella conversazione del 23 febbraio 2018 parlò di Segor (Valerio Segor, dirigente della struttura "Assetto idrogeologico dei bacini montani" dell'Assessorato regionale alle opere pubbliche, n.d.r.) con Cavallero (Corrado Cavallero, ingegnere di Aosta, n.d.r.): «quando dico che Segor si è fatto fare dei lavori da un'impresa gratuitamente in cambio di favori facevo considerazioni generiche e senza elementi precisi. Non ho mai avuto a che fare con Segor, so che è un funzionario dei lavori pubblici e io riportavo voci senza fondamento preciso. Non so neanche queste voci a quale impresa si riferissero»".
"Anche dall'esame del materiale e della documentazione sequestrati nel corso della perquisizione personale e locale effettuata nei confronti dell'imputato nel corso delle indagini, non è emerso alcunché che corrobori la fondatezza delle accuse di cui al capo di imputazione - conclude il Giudice Davide Paladino - è stata sì acquisita un'agenda in uso ad Avati nella quale vi sono delle liste di persone, fra cui numerosi dipendenti del Casinò, cui Avati aveva consegnato materiale elettorale, i cosiddetti "santini" che riportano il simbolo della lista e segnati a penna i numeri di lista delle persone da votare, fra cui non compare quello di Baccega, elemento che conferma le affermazioni di molti dipendenti del Casinò che hanno riferito che quest'ultimo si era limitato a chiedere loro il voto, ma tale condotta non pare illecita, perché è espressione di una legittima attività di propaganda elettorale, dal momento che nulla vietava all'imputato di pubblicizzare la propria candidatura presso amici e conoscenti, fra cui certamente anche i colleghi di lavoro. L'ipotesi accusatoria risulta pertanto del tutto priva di alcun riscontro probatorio e deve pertanto pervenirsi ad una pronuncia assolutoria per insussistenza del fatto contestato".

«Finiti nel tritacarne mediatico per accuse infondate». L'assoluzione di Domenico Avati, è stata accolta "con soddisfazione" dall'Union Valdôtaine: «ancora una volta il nostro Movimento è finito nel tritacarne mediatico per presunti fatti di cronaca - ha commentato il presidente Erik Lavevaz, che alle elezioni regionali del 2018 era arrivato proprio dietro Avati, con 788 preferenze - rivelatisi ancora una volta infondati ma che, una volta di più, hanno contribuito ad arrecare un pregiudizio all'immagine del nostro movimento e di un suo iscritto».

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