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Preoccupazione in Valle d'Aosta per gli effetti del "Brexit": «bisogna verificare l'effettivo contributo del Regno Unito verso l'Europa» sottolinea Rollandin

redazione 12vda.it
Uno dei cartelli sull'Unione Europea alla biblioteca regionale

C'è preoccupazione anche in Valle d'Aosta per le conseguenze della vittoria del "leave" al "Brexit", il referendum che, giovedì 23 giugno, nel Regno Unito, ne ha sancito, seppur con una lieve maggioranza (51,9 contro il 48,1 per cento), l'uscita dall'Unione europea: «viviamo in un'epoca nella quale, per vari motivi, la gente richiede un cambiamento, in generale - ha commentato a 12vda Ego Perron, assessore regionale al bilancio e finanze - come hanno evidenziato le elezioni di domenica scorsa ed il referendum di ieri. Credo sia un segnale anche da un punto di vista di come spesso si pone l'Europa nei confronti dei propri territori, ma la mia valutazione esprime preoccupazione, perché questo segnerà comunque delle difficoltà nell'area Euro, anche per quello che è anche il peso economico che una Nazione come il Regno Unito e soprattutto la "City", cioè Londra, hanno nel contesto finanziario mondiale. Adesso sarà certamente necessario un enorme processo di ridiscussione che durerà tantissimo e nel quale bisognerà ridefinire i rapporti tra questo colosso economico ed il resto dell'Europa. Non a caso i primi segnali delle borse sono negativi circa l'impatto di questo referendum ("Piazza Affari", a Milano è calata del 12,48 per cento, perdendo 61 miliardi di euro, con la sterlina che, dal valore massimo di un 1,50 euro, è scesa fino a 1,32 euro, n.d.r.). Staremo a vedere quello che sarà l'atteggiamento, in Svizzera, che si è chiamata fuori dall'Europa, solo per citare un esempio, ci sono quasi quaranta trattati con l'Unione Europea per regolamentare le varie situazioni che, vivendo nel cuore dell'Europa ci si trova ad affrontare. Si avvierà in un percorso difficile, però i cittadini inglesi hanno scelto questo va rispettato dal loro punto di vista».

Tra i vari leader del "leave", l'ex sindaco di Londra Boris Johnson, che passava, come tantissimi inglesi, le sue vacanze invernali proprio in Valle d'Aosta a Champoluc, ad Ayas: «è da valutare quanto il Regno Unito dava all'Europa - ha aggiunto il presidente della Regione, Augusto Rollandin, mentre arrivavano le notizie delle dimissioni del primo ministro britannico David Cameron - credo che per quieto vivere non si siano mai fatti i conti, perché sicuramente la loro posizione, legata al "Commonwealth", che ha condizionato anche l'esito del referendum, fosse un atteggiamento molto conservatore, legato ad un "facciamoci i fatti nostri con le nostre ex colonie e freghiamocene dell'Europa". Questo è un grosso limite e verrà fuori immediatamente e credo che loro non abbiano fatto un grosso investimento facendo questo. In Europa ogni volta che trattava con la Gran Bretagna era una guerra di nervi, anche sui discorsi fiscale e la "City" avrà i suoi problemi. Poi, sicuramente, ha influito anche il discorso degli immigrati, non dimentichiamo il collegamento sotto la Manica e quello che succedeva. Per quanto riguarda il discorso finanziario ci fosse già in atto il "piano B", perché lo pensavano già. Per l'Europa il problema è vissuto più che altro come un fattore negativo sotto il punto di vista della partecipazione, perché ci sono altri Stati che sono lì e non sono così convinti di voler stare in Europa. Non so questo quanto possa fare bene rispetto al serrare le fila di un'Europa che è sempre più debole, ma secondo me il Regno Unito prendeva più di quello che dava. C'è un rischio reale di un effetto a catena, ma ora sui finanziamenti europei non è in discussione il Piano già approvato che andrà avanti, non è lì il punto. Teniamo conto che ci sono anche Paesi che stanno discutendo, come la Polonia, ma oggi prendono e stanno prendendo. Non credo che sia per altri motivi, possono avere qualche scossa ma, alla fine, sono quelli che ci guadagnano dato che in questi anni sono vissuti sui fondi europei. Non è che ci sia una grande partecipazione al discorso europeo di Spinelli (il riferimento è al "Manifesto di Ventotène" di Altiero Spinelli, Ernesto Rossi ed Ursula Hirschman dove, nel 1944, si prefigurava la necessità di istituire una federazione europea con un Parlamento europeo eletto a suffragio universale ed un Governo democratico con poteri reali sull'economia e la politica estera, n.d.r.) da parte di quelli che sono partiti lo spirito non c'è ed il discorso è, drammaticamente, solo economico e finanziario».

«ll referendum britannico conferma la necessità di una nuova Unione europea - ha quindi sottolineato Marco Viérin, vice presidente del Consiglio Valle - questo esito non ha carattere impulsivo e superficiale, ma è l'espressione di un bisogno vero e reale dei cittadini. Non si tratta della difesa di interessi nazionali ma di un forte segnale di disagio verso questo modello di Europa. La speranza è che questo referendum acceleri il cambiamento profondo e necessario negli orientamenti e nel funzionamento dell'Unione europea. Credo che esista un'identità europea, e credo ad un'idea di Europa come luogo di pace e di sviluppo comune. Tuttavia, come già ho ribadito in più occasioni, l'attuale Unione europea si è troppo legata al mondo della finanza e delle multinazionali, generando un aumento della burocrazia ed una produzione legislativa invadente, spesso applicata in modo differente negli Stati membri. Nata come spazio di pace e di libertà per le persone e per i popoli, ha invece finito per costruire maglie sempre più strette al sistema economico e alla vita della gente. Per esempio, l'interpretazione troppo estensiva del "principio di concorrenza" ha finito per mettere in difficoltà la sopravvivenza dei territori, oltre che delle piccole attività, delle imprese familiari, del commercio. Infatti, da troppi anni l'Unione sta aprendo la strada allo sviluppo di prodotti e di processi produttivi, dall'agricoltura al sistema sociale, che incidono negativamente sulla qualità della vita di chi vive il territorio ogni giorno. Il referendum del Regno Unito deve spingere l'Europa a fare una seria autocritica e tutti siamo chiamati a riflettere su come rilanciare un'Europa dei popoli e dei territori, che superi l'attuale distanza dai cittadini e dalla vita reale».

«La giornata di oggi, con l'esito delle urne che proclama uno squarcio nella cartina dell'Europa - ha analizzato, sul suo blog, Luciano Caveri, unico europarlamentare della Valle d'Aosta - resterà scritta sui libri di Storia. E questo processo di abbandono per scelta popolare è il segno macroscopico di un processo d'integrazione europea in crisi, proprio mentre si avvicinano i sessant'anni dal "Trattato di Roma" che dal 1° gennaio del 1958 sancì l'istituzione della "Comunità Economica Europea". Si tratta di un passaggio choc per chi come me ha vissuto per molti anni, prima al Parlamento europeo e poi al "Comitato delle Regioni", l'europeismo come incontro e dialogo nella speranza che questo processo crescesse sempre, pur con gli alti e bassi che sono naturali per ogni cosa. Pur avendo piena coscienza della fragilità del rapporto con il Regno Unito nella tangibile consapevolezza che in quel Paese, che poi è una sommatoria di popoli, specie gli inglesi risultassero da sempre i più euroscettici e pungenti verso il resto dell'Europa e le sue Istituzioni. Mentre Scozia, Galles ed Irlanda del Nord hanno sempre avuto posizioni più favorevoli e lo si vede anche questa volta. Non è tanto questa uscita che spaventa, al di là delle burrasche sui mercati dei giorni a venire, quanto quest'ultimo elemento di un effetto domino che faccia perdere ulteriori pezzi. Chi è federalista non può che guardare con preoccupazione a queste vicende, forse con due soli elementi di consolazione. Il primo è il classico: la fragilità della costruzione è sempre stata un cruccio per chi crede nel federalismo e questo si è accentuato con la grande crisi economica che ha innescato molti di quei fenomeni di rigetto di cui oggi vediamo il primo e più clamoroso esito. Il secondo, che non appaia un paradosso, è che questo passaggio brusco e pericoloso rilanci proprio gli ideali federalisti e gli Stati fondatori, Italia compresa, aggreghino un nucleo più forte di un'Europa diversa da quella bocciata dal voto di ieri. Esistono personalità europeiste che incarnino questa speranza? Sarà sempre la Storia a dircelo, dando la speranza a quelle giovani generazioni, penso ai miei figli, che oggi assistono a questo triste spettacolo di una casa comune che brucia. Intanto tocca domare l'incendio, ma pensando già al domani».

«In molti dei commenti sfugge uno dei fattori fondamentali - spiega a 12vda Luigi Curini, professore associato in scienze politiche dell'Università degli studi di Milano, che sta per dare alle stampe un libro, stampato a Londra, su come cambiano le democrazie europee - che il risultato di "Brexit" si capisce meglio una volta che si ha più chiara l'evoluzione che sta caratterizzando un po' tutte le democarazie contemporanee. Dopo il "muro di Berlino" c'è stata una convergenza sui programmi elettorali, su quello su cui normalmente si sfidavano i partiti politici, come "più tasse" o "meno tasse". Negli ultimi vent'anni i partiti tendono sempre più ad avere un programma elettorale simile, cambia solo la comunicazione, con una campagna effettuata sui valori, corruzione ed onestà, competenza ed incompetenza. Alle ultime elezioni in Italia, la differenza era sulla base dei valori, soprattutto tra chi rappresentava l'establishement o, in senso lato, i cittadini e "Brexit" è stata, in gran parte, la stessa cosa e questo stato di cose rafforza ancora di più la contrapposizione tra i cittadini "buoni" e l'establishement. Questa situazione ha portato al successo il "Movimento 5 stelle", Donald Trump negli Stati Uniti, "Podemos" in Spagna ed il "Front national" in Francia. Non è un discorso populista ma è un cambiamento radicale del modo in cui pensiamo alle campagne elettorali nelle democrazia contemporanea. Alla fine si può discutere di vantaggi e svantaggi, ma i valori vincono, dato che da una parte c'erano i grigi burocrati di Bruxelles e dall'altra il popolo, che poteva decidere. Prima o poi dovremmo capire che questo è il futuro e dovremo attrezzarci».

«Le dimissioni di Cameron rappresentano il fatto che è un grande leader che si è preso l'onere della sconfitta e reagisce
- conclude Curini - averne di questi leader, sarà interessante capire se, a parti invertite, ad ottobre, il referendum sulla riforma della Costituzione, che con il risultato di "Brexit" trova nuova linfa, come reagirà Matteo Renzi. In ogni caso, le dimissioni di Cameron rappresentano qualcosa che Renzi non potrà fare finta di ignorare e sarà insostenibile il costo politico di non dimettersi se il referendum non vincerà. La scelta di Cameron segna l'unica strada che si dovrà percorrere».

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