Gentile visitatore,

se sei su 12vda è chiaro che apprezzi il nostro lavoro giornalistico, che si può leggere, ascoltare e vedere senza dover pagare nulla, nel rispetto di un'informazione libera ed indipendente.
12vda è una testata che non è supportata da lobby politiche, commerciali o sociali, e si sostiene esclusivamente con la pubblicità, che è non assolutamente invasiva, non prevede fastidiosi "pop up" o "finte notizie".

Il nostro lavoro quotidiano richiede infatti tempo e denaro ed i ricavi della pubblicità ci aiutano a tenere in piedi questa testata giornalistica.

Se leggi questo messaggio vuol dire che hai attivato un "adblocker", che blocca automaticamente e non permette di vedere la pubblicità. Nel rispetto del nostro lavoro ti chiediamo quindi di disattivarlo ed anzi, se di tuo interesse, di cliccare sui nostri banner.

In questo modo potremmo restare on line, indipendenti e liberi di raccontare la Valle d'Aosta come la vediamo noi.

Grazie.

Un'astrofisica aostana tra i duecento ricercatori mondiali che hanno realizzato il progetto "BlackHoleCam", producendo un'immagine di un buco nero distante 55 milioni di anni luce

redazione 12vda.it
Elisabetta Liuzzo con la 'foto' del buco nero

Si chiama Elisabetta Liuzzo la 36enne astrofisica aostana che ha operato nel gruppo di lavoro che forma la rete "Event horizon telescope - Eht" che ha permesso, lo scorso mercoledì 10 aprile, di realizzare la prima prova visiva diretta di un buco nero "supermassiccio" e della sua ombra, nella galassia "Messier 87", nel vicino ammasso di galassie della Vergine, a 55 milioni di anni luce dalla Terra, con una massa di 6,5 ​​miliardi di volte quella del Sole.

Un consorzio di duecento ricercatori ed otto radiotelescopi. Il consorzio "Eht" collega telescopi in tutto il mondo per formare un telescopio virtuale senza precedenti, di dimensioni pari a quelle della Terra ed offre agli scienziati un nuovo modo di studiare gli oggetti più estremi dell'Universo previsti dalla relatività generale di Einstein, proprio nel centenario dell'esperimento storico che per primo ne ha confermato le teorie.
Lo sviluppo del consorzio "Eht" è stata una sfida che ha richiesto l'aggiornamento ed il collegamento di una rete mondiale di otto telescopi preesistenti dispiegati in una varietà di siti ad ​​alta quota, che includevano vulcani nelle Hawaii ed in Messico, picchi in Arizona e nella Sierra Nevada spagnola, il deserto cileno di Atacama e l'Antartide.
Le osservazioni del consorzio "Eht" per realizzare il progetto "BlackHoleCam", utilizzano una tecnica chiamata "interferometria" a lunghissima base che sincronizza i telescopi in tutto il mondo e sfrutta la rotazione del nostro pianeta per formare un enorme telescopio, di dimensioni pari a quella della Terra, che osserva a una lunghezza d'onda di 1,3 millimetri, consentendo di raggiungere una risoluzione angolare di 20 micro-secondi d'arco, sufficiente per leggere un giornale a New York seduti in un bar a Parigi.

Cinque scienziati italiani hanno partecipato al progetto "BlackHoleCam". I telescopi che hanno contribuito a questo risultato sono stati "Alma", "Apex", il telescopio "Iram" da trenta metri, il "James Clerk Maxwell Telescope", il "Large Millimeter Telescope Alfonso Serrano", il "Submillimeter Array", il "Submillimeter Telescope" ed il "South Pole Telescope". Petabyte (un petabyte rappresenta un milione di gigabyte) di dati grezzi dai telescopi sono stati combinati da supercomputer altamente specializzati ospitati negli istituti "Max Planck Institute for Radio Astronomy" e "Mit - Haystack Observatory".
Gli scienziati italiani che hanno lavorato a questo progetto, su oltre duecento ricercatori a livello mondiale, sono stati cinque, Roberto Neri, Ciriaco Goddi, segretario del Consiglio scientifico del consorzio "Eht" e responsabile scientifico del progetto "BlackHoleCam", Luciano Rezzolla, Mariafelicia De Laurentiis e la valdostana Elisabetta Liuzzo che, per l'"Istituto nazionale di astro fisica - Inaf" di Bologna ha partecipato allo sviluppo di uno dei tre software usati per la calibrazione dei dati di "Eht".

«Grande successo tecnologico, ci abbiamo messo tempo per perfezionare». «Dopo il Liceo pedagogico ho deciso di studiare astrofisica a Bologna - racconta la Liuzzo - ero affascinata dalla matematica, ma temevo che offrisse meno opportunità lavorative. Un po' per volta è nata la passione per fisica e astrofisica, così dopo la laurea sono rimasta a Bologna per il dotorato, poi per il post dottorato e ora sono ricercatrice all'"Inaf". Siamo in una fase di transizione, andiamo verso la figura dell'astro-informatico: io non lo sono, ma da astrofisica ho dovuto studiare anche la parte informatica, perché capita sempre più spesso di costruire strumenti specifici e sempre più precisi nella elaborazione dei dati. Questo è un grande successo tecnologico, abbiamo elaborato onde radio a livello millimetrico, costruito uno strumento ad hoc e realizzato sviluppi tecnologici ad hoc, lo strumento è stato ideato vent'anni fa ma c'è voluto tempo per perfezionare e calibrare, "cucire su misura" attorno al tipo di dato».
Per limitare il più possibile il margine di errore, che ha permesso di restituire non solo un'immagine, i cui colori sono stati scelti in maniera arbitraria, ma soprattutto informazioni preziose, è cambiata la metodologia: «di solito il dato viene analizzato con un unico metodo testato - continua l'astrofisica aostana - qui invece sono stati usati tre metodi indipendenti, in gruppi di lavoro che non si parlavano, per ottenere risultati attendibili. Quando ho visto l'immagine sono rimasta senza parole, pensavo fosse una simulazione invece era reale».

«Sarà interessante formulare, ora, una teoria universale». In questo modo aumentano le informazioni sul buco nero: «la forma e la dimensione ci dicono molto delle sue caratteristiche - evidenzia Elisabetta Liuzzo - sappiamo qual è la sua massa e che buco è cioè rotante, in senso orario, e questo ce lo dice non la parte nera, che è il buco, l'assenza, ma l'anello di materia che vi cade dentro, è surriscaldato ed emette fotoni».
Ora lo studio potrà continuare su altri buchi neri, che siano abbastanza grandi, e che si presentano già con caratteristiche diverse da quello di "Messier 87": «sarà interessante per i fisici puri formulare una teoria universale» conclude la Liuzzo.

timeline

podcast "listening"